La prepositura di San Liberatore a Maiella, lungo la verdeggiante valle del fiume Alento, è stata il più importante avamposto cassinese in terra d’Abruzzo, direttamente sottoposta all’abate di Montecassino. Il monastero, al di là di alcuni resoconti leggendari che ne attribuiscono la fondazione a due patrizi romani o addirittura a Carlo Magno, confronta nei documenti a partire dal IX secolo; in particolare, il Memoratorium dell’abate Bertario ne descrive i vasti possedimenti, che si estendevano lungo le valli del Foro e dell’Alento, e arrivavano fino al mare. Distrutta da un terremoto alla fine del X secolo, venne ricostruita in forme grandiose dal prevosto Teobaldo a partire dai primi anni dopo il Mille, per poi essere ulteriormente trasformata e abbellita per volere del celebre abate cassinese Desiderio, che intorno al 1080, prima di diventare papa col nome di Vittore III, conferì alla chiesa monastica le forme ancora oggi visibili. In puro stile romanico, San Liberatore costituì un modello da imitare per innumerevoli architetture benedettine successive, irradiando in tutta la regione le soluzioni artistiche che qui erano state adottate; oggi, del complesso, rimangono solo la chiesa e il campanile, mentre risultano scomparsi gli annessi monastici. Il grandioso edificio ha un impianto romanico lombardo con facciata tripartita, cui corrispondono tre portali archivoltati e tre ampie navate. I portali presentano la tipica ornamentazione a palmette di matrice cassinese, ma quello di destra mostra due leoni accucciati e affrontati che lavorano tutto lo spazio dell’architrave. Le navate sono divise da arcate a tutto sesto su massicci pilastri quadrangolari e sono chiuse da altrettante absidi, decorate all’esterno con archetti pensili, che corrono anche sulla sommità della facciata e dei prospetti laterali. Nel catino absidale centrale rimangono importanti resti di affreschi della seconda metà del XIII secolo, che raccontano la leggendaria origine dell’abbazia; coevo agli affreschi, e possibile alla stessa committenza dell’abate francese Bernardo Ayglerio, è il meraviglioso pavimento a mosaico cosmatesco, purtroppo conservato solo per una porzione della navata centrale. Più antico di alcuni decenni è l’ambone (ricostruito coi frammenti superstiti), realizzato sullo stile di quelli di San Pelino a Corfinio e di Santa Maria di Bominaco nel penultimo decennio del XII secolo. La chiesa mostra anche interventi riferibili ai secoli successivi, come l’ampia fila di finestre cinquecentesche della navata centrale e la suggestiva sequenza di contrafforti sul fianco destro, necessari a contrastare la spinta del terreno; la copertura, invece, è stata ricostruita nei corso dei restauri del ‘900.