Secondo quanto riportato nel celebre Chronicon Casauriense, l’abbazia sarebbe sorta su un’insula Piscariae negli anni intorno all’870, a seguito di un voto fatto dall’imperatore Ludovico II durante la sua prigionia presso il Ducato longobardo di Benevento. Lo stesso Ludovico, in seguito, avrebbe donato al monastero una reliquia di san Clemente, ricevuta direttamente dalle mani di papa Adriano II, da cui il complesso trasse l’intitolazione. Distrutta dai Saraceni intorno al 911 e ricostruita nell’XI secolo, San Clemente dovette ben presto subito le ingerenze dei Normanni, che la saccheggiarono e devastarono; si deve all’autorevole abate Leonate la riaffermazione del potere politico e religioso dell’abbazia, anche mediante la ricostruzione del complesso, avviata nel 1176. Leonate, però, non riuscì a vedere la conclusione dei lavori da lui intrapresi, a causa della morte sopraggiunta nel 1182. Il monumento è uno dei più noti e significativi dell’arte romanica abruzzese ed è giunto fino ad oggi, nelle forme conferite da Leonate, grazie ad una lunga serie di restauri. La chiesa è caratterizzata da un grande portico a tre archi antistante la facciata, con capitelli e archivolti finemente intagliati. Vero capolavoro è il portale principale (fig. p. preced.), che reca sugli stipiti quattro sovrani con in mano i privilegi concessi all’abbazia e mostra scolpita nell’architrave la vicenda dell’acquisizione dei diritti sull’Insula Piscariae da parte dell’imperatore Ludovico e la fondazione della primitiva abbazia della SS. Trinità (sul lato destro dell’architrave), e il trasporto delle reliquie di san Clemente papa a dorso di asino da Roma (sul lato sinistro); nella lunetta, invece, si vede Leonate colto nell’atto di donare la chiesa al Santo. Le grandi ante di bronzo del portone centrale, volute dall’abate Gioele e composte da 70 formelle (purtroppo molte sono mancanti), ricordavano tutti i castelli posseduti dall’abbazia. Al di sopra del portico si trova un oratorio che l’abate Leonate volle intitolare alla Santa Croce, a San Michele Arcangelo ea San Tommaso Becket. L’interno, scandito in tre navate con unica abside a chiudere quella centrale, è strutturato su due diversi livelli di quota tra aula e presbiterio a causa della presenza della cripta, che secondo alcuni sarebbe la sola parte superstite della costruzione originaria. Colpisce la straordinaria lavorazione dell’ambone in pietra a cassa quadrangolare, della fine del XII secolo, con grandi fiori a rilievo traforati di finissima fattura, capolavoro assoluto della scultura medievale abruzzese (fig. a dx); di fronte, un elegante candelabro per il cero pasquale, le cui preziose decorazioni a mosaico di tipo cosmatesco della lanterna lo fanno datare al ‘200. L’altare è un sarcofago paleocristiano del IV secolo, sormontato da un pregevole ciborio del ‘400 lavorato su tutte le facce, che ripropone anche la vicenda della fondazione dell’abbazia già vista nel portale.All’interno dell’altare venne trovata un’urna cineraria di marmo di età romana, oggi esposta nell’ala destra del transetto, che secondo alcuni sarebbe quella utilizzata per il trasporto delle reliquie di san Clemente.